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Stiamo vivendo un’epoca di grandi trasformazioni nel mondo del lavoro. Termini inglesi, nuove attività, nuove normative che si vanno ad inserire, o sostituire, su altre pur recenti.
La verità è che la politica, nei decenni trascorsi, ha potuto attingere a mani basse a condizioni economiche generali ben più favorevoli, potendo garantire ammortizzatori sociali, pensioni precoci, posti di lavoro pubblici, per i quali, però oggi non ci sono più le risorse.
C’è, dunque, un dato di fatto: non ci sono i fon- di per garantire situazioni che erano diventa- te essenziali nella vita sociale. Oggi paghiamo, forse ed anche, la poca lungimiranza di chi ha governato sfruttando le condizioni di favore per acquisire consensi, non dire mai dei no, illudere che certi tenori di vita potessero essere raggiunti da sempre più ampi strati di popolazione e poi mantenuti.
Tornare indietro è difficilissimo, disilludere provoca malumore e dissenso, la crisi economica sta mettendo in difficoltà moltissimi, tanto giovani in cerca di prima occupazione, quanto cinquantenni che perdono il lavoro e si trovano senza reddito con famiglie a carico ed un sistema produttivo che li respinge ed umilia.
Dura la vita dei sindacati, trovandosi a difendere posizioni e situazioni dei lavoratori in con- dizioni economiche e sociali molto diverse da quelle del passato. E guai non ci fossero le lotte sindacali a controbilanciare riforme legislative e nuovi corsi, ponendo attenzione agli effetti pratici sulla pelle dei lavoratori causati da impianti normativi magari perfetti in teoria, ma causa di molte vittime nell’attuazione pratica.
Vi è, però, proprio nei sindacati, necessità di comprendere i nuovi meccanismi del lavoro nei nostri tempi, di snellire le loro strutture, di combattere per primi i parassitismi ed i privilegi per difendere chi veramente merita tutela e attenzione.
Se sono il sindacato, per esempio dei coltivatori, non posso difendere tutti purché tesserati, tanto lo sporcaccione che nelle tome ha cariche batteriche vergognose o quello che compra ai mercati generali i prodotti che poi vende lungo la strada di campagna come fossero dei suoi terreni; così facendo l’allevatore o il coltivatore serio che sono degni di aiuto per commercializzare e comunicare i loro prodotti vengono accomunati in peggio a chi sbaglia.
Se sono il sindacato, per esempio, che pone la questione drammatica dei lavoratori di fabbriche che chiudono, o si trasferiscono a centinaia di chilometri, non posso e non devo barricar- mi anche per la riforma del pubblico impiego, nei casi sui quali nessuno perde né il posto né lo stipendio, ma si cerca solo di dare maggiore efficienza e minori costi alla pubblica amministrazione.
Insomma, se ogni riforma del lavoro va studiata e vanno aiutate le fasce deboli che si ritrovano a pagare per la riforma stessa, difendere tutti e tutto, parlare linguaggi anacronistici, non tene- re conto delle congiunture economiche, significa demagogia che, poi, pagheremmo proprio quelli da tutelare.

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