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E così in Scozia hanno scelto di rimanere nel Regno Unito. In realtà, le ragioni dei favorevoli o contrari all’indipendenza si sono confrontate su temi economici più che ideali, ma per molti anni quel territorio avrà chiuso l’argomento. Rimane la promessa che il Regno Unito dovrà essere composto da aree sempre più indipendenti come appunto la Scozia, l’Irlanda del Nord, il Galles, la stessa Gran Bretagna.
Rimane, soprattutto, in tutta Europa la voglia di indipendenza di molte Regioni che ambiscono con motivazioni diverse ad avere più autonomia. C’è un malessere diffuso che vede nell’unificazione europea la causa di molti problemi più che un’opportunità. E su questo tema discuteremo, magari in altre occasioni. Quello che, però, sin d’ora emerge, è la necessità che le specificità vengano valorizzate, che la legislazione trovi il modo di contemperare agli interessi centrali quelli locali, andando oltre gli egoismi ma anche valutando che le differenze vanno salvaguardate e sono una ricchezza.
Il problema è più generale e, come sempre, parte da un processo economico. L’Europa, luogo dove oggi si decidono ormai questioni determinanti per tutti gli Stati che devono poi adeguarsi, dove si legifera vincolando i Paesi membri, non può essere l’Europa delle banche e delle compagnie assicuratrici, ma deve risultare l’Europa dei Popoli.
L’economia su grande scala delle multinazionali preferisce i grandi mercati, ha bisogno di omologare, ugualizzare, uniformare, ha bisogno di tanti consumatori simili per vendere prodotti di scala. Le diversità, le specificità, non vanno bene a chi vorrebbe lucrare vendendo gli stessi prodotti da nord a sud e da est a ovest, siano essi alimentari, telefonini, scarpe, polizze assicurative, forme di investimento.
Certo, in Europa ci sono aree che si sentono forti, ricche e, così, vorrebbero svincolarsi, a ragione o torto, da altre che valutano come peso e freno all’economia.
E’ un dato, però, che l’agricoltura greca è diversa da quella tedesca, quella spagnola da quella olandese e così via. Sono diverse le storie e le esigenze industriali, finanziarie, sociali. Abitare sulle coste dell’Atlantico del Nord o a Pantelleria è diverso e così sulle Alpi o in Serbia. Diverso non vuol dire che qualcuno è meglio o peggio: questo è razzismo, ignoranza. Trattare però situazioni differenti in modo uguale significa causare ingiustizie, malcontenti.
Per questo occorre che l’Europa sia di persone e non di merci, che ci si capisca sul modello di sviluppo futuro che abbiamo in mente: il Prodotto Interno Lordo non può essere l’unico indicatore, ci sono altri elementi che fanno la qualità della vita. L’ambiente non può essere ancora consumato, la crescita economica non è infinita, piuttosto va meglio distribuita la ripartizione di risorse.
Servizi alle persone, cultura, turismo dolce, sono materie su cui puntare più che lo spostamento di merci, l’ampliamento dei mercati e dei consumi.
Non penso sia ipotizzabile l’utopia di non lavo- rare, fare sempre meno, rifiutare le innovazione; credo, però, che la mentalità debba cambiare in punto valori della vita, occorra sapersi cambiare ed adattare ai tempi senza per questo venire travolti o essere sfruttati, necessiti adottare nuovi stili, abitudini, mentalità.
Le capacità delle società umane si misurano nella loro disponibilità ad evolvere. Ed evolvere non significa che tutti i parametri debbano crescere in quantità, anzi qualcuno può anche decrescere, o essere sostituito da altri.
E la politica la devono fare i rappresentanti delle persone, non dei poteri economici.

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